Il desiderio di infinito. Vita di Giusto Gervasutti. Un libro sull’uomo, l’alpinismo e gli eroi

Il desiderio di infinito. Vita di Giusto Gervasutti. Il libro di Enrico Camanni per Laterza Editori sull’alpinismo e la vita del Fortissimo.

Gli eroi son tutti giovani e belli… il ritornello della Locomotiva di Guccini è la prima cosa che mi è venuta in mente dopo aver letto questo “Il desiderio di infinito” di Enrico Camanni. Magari è perché, Giusto Gervasutti – o meglio l’immagine stereotipata che se ne ha – è il prototipo di quella retorica dell’alpinismo e della montagna che vede negli alpinisti solo degli eroi senza macchia e senza paura.

Un’immagine però (al contrario dell’anarchico cantato da Guccini) che sa anche molto di regime. E ricorda, insomma, quanto il fascismo ma anche il nazismo abbiano cercato di sfruttare e manipolare l’alpinismo come fucina di una gioventù forgiata sull’idea di una supposta integrità e superiorità, anche razziale. In altre parole: la conquista delle cime, quell’ardimento e quel sacrificio, sfruttati come ideale del vero fascista e insieme viatico e propoganda per l’affermazione e la conquista dell’impero.

Non a caso Giusto Gervasutti – conosciuto da tutti gli alpinisti come il “Fortissimo” – proprio di quegli anni ’30 “imperiali”, e poi negli anni ’40 della seconda guerra mondiale, fu uno degli alpinisti più forti. Uno di quelli – come Cassin o Comici per citare solo due esempi – premiati con le medaglie del fascismo per le loro incredibili imprese.

Se questo è il quadro, la domanda è: per questo ciò che sappiamo, o che ci ricordiamo di lui, sembra finire in quel suo “Osa, osa sempre e sarai simile a un Dio”? Insomma, il Fortissimo, che tanto ha ammaliato generazioni di alpinisti, sta tutto in questa sua frase un po’… pretestuosa?

A rispondere e a colmare delle enormi lacune è proprio questo libro. Enrico Camanni con un grande lavoro da storico ha portato alla luce particolari della vita e della storia di Gervasutti assolutamente inediti. Tracciando, allo stesso tempo, l’affresco di un’epoca in cui l’alpinismo si dibatteva per cercare un’indipendenza che ancora non aveva mai respirato.

Così dell’alpinista friulano, ma assolutamente torinese d’adozione, seguiamo passo dopo passo anche l’evoluzione alpinistica. Scopriamo che era anche un atleta. Che si allenava (e molto) per le sue scalate. Che le programmava attentamente, anche. Con un po’ più di fatica riusciamo anche ad intravedere la sua vita privata. Quella, per la verità con vari punti di domanda e un po’ misteriosa, del suo lavoro. E quella, anche un po’ stupefacente e pudica, della sua vita sentimentale. Ma soprattutto riusciamo a seguire, anzi a sentire, la sua passione per quelle montagne che sembravano riempire tutti i suoi pensieri.

Riusciamo ad intravedere la sua timidezza. Quel suo cercarsi compagni “adatti” a lui, con cui si sentiva in sintonia. Riusciamo a percepire quel suo caratterere (forse) “romantico”, sicuramente “gentile”. Quella sua voglia di montagne grandi e insieme defilate. Quella sua voglia, solitaria, di libertà e bellezza, anche un po’ “aristocratica. Quel suo rifuggire dalle bassezze. E poi riusciamo a intuire, se non proprio a comprendere del tutto, le sue salite. Quella, speciale, grandiosa, in anticipo su tutto e tutti, sulla Est delle Jorasses. E tutte le altre… Riusciamo, insomma, ad accettare quella grandezza e quell’infinito a cui aspirano gli uomini e (anche) gli eroi.

di Vinicio Stefanello

SCHEDA: Via Gervasutti, Pic Adolphe Rey, Monte Bianco

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